Tutte le interviste di Maledetti Fotografi in un libro

Prima di Natale, l’ebook gratuito con le interviste 2015 di Maledetti Fotografi ha avuto moltissimi download. Era un regalo fatto ai lettori, che lo hanno scaricato, condiviso, commentato, e scritto molti messaggi di ringraziamento. Grazie a voi!
Ho così pensato di farne anche una pubblicazione cartacea, perché è più bella da conservare, più semplice da leggere e potrà diventare un appuntamento annuale.

Questa è la mia breve introduzione al libro, molto sintetica come è lo stile del progetto e che credo spieghi bene le ragioni di questo lavoro.

C’è una curiosità dietro ogni intervista contenuta in questa raccolta: quale è il progetto che si sintetizza in una fotografia? È la domanda che guida da due anni il lavoro di Maledetti Fotografi. Ogni autore ha una propria risposta ed ognuno è sempre più interessato a parlare del progetto piuttosto che della singola foto. Apparentemente, il contrario di chi quella stessa foto la osserva.

In realtà l’interesse per l’opera è lo stesso che nutriamo per la biografia e il pensiero dell’autore. Per questo le interviste raccolte in questo libro vogliono abbracciare l’intera visione del fotografo. Durante questo secondo anno di lavoro e di incontri siamo andati a scoprire il percorso da cui nascono le immagini che ogni giorno vengono esposte, pubblicate, vendute e sempre più condivise.

Con il sospetto che la vita di ogni autore, se si legge tra le righe, molto spesso coincide con questo percorso.

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Il Mediterraneo di Romain Gary

Romain Gary prima di essere stato parigino, è stato un uomo del mediterraneo cresciuto a Nizza. In questi giorni che seguono gli attentati di Parigi il baricentro degli interessi si è spostato verso il sud, come è normale e naturale che sia. Queste dieci righe fanno parte nel libro Delle donne, degli ebrei e di me stesso.

Precisiamo subito che non esistono valori di qualsiasi civiltà che non siano associati a una qualche nozione di femminilità, di dolcezza, di compassione, di rispetto per la fragilità, di non violenza.. In questo senso, si può pertanto dire che il primo rapporto tra il bambino e la civiltà è quello con sua madre. Non a caso si parla di “Madre del Mediterraneo” per indicare la culla di tutti i valori occidentali…
Romain Gary, 2 maggio 1974

Romain-Gary

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La Francia di Bernardo Valli

Mentre gli esperti dell’ultima ora si dividono a colpi di like tra Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, è chiaro che l’unico giornalista italiano capace di spiegare la situazione attuale è quello di cui nessuno parla: Bernardo Valli.
Racconta la Francia e le periferie di Parigi da più di sessant’anni. Nei giorni scorsi fa ho ripreso dalla libreria la sua raccolta di articoli “La verità del momento“.

“Circa sette abitanti su cento a Parigi sono stranieri. Ma sono in molti, con sembianze straniere, ad avere cuori e cervelli francesi. E naturalmente ad avere la nazionalità, innestata su un’origine magrebina, africana, asiatica. È spesso un retaggio dell’epoca coloniale.
Le statistiche sono approssimative, poiché è proibito indagare sulla religione e l’etnia degli individui. La République è giusta e ambiziosa quando si tratta di principi. Non può essere altrimenti.
Per questo la sia deve amare, anche quando, nella realtà, la pratica scavalca i suoi sacri principi. Un cisalpino è colto spesso dall’invidia di fronte a una fermezza tanto razionale e sicura di sé da proseguire imperterrita anche quando è aggirata dalla realtà”.
Bernardo Valli, La Repubblica, 30 dicembre 2009

bernardo valli

bernardo valli

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Due film su Netflix per la giornata internazionale della fine dell’impunità per i crimini contro i giornalisti.

Qualche giorno fa è stata lanciata Netflix in Italia, tra i pochi film disponibili in questo primo momento, ho trovato due documentari che non avevo ancora mai visto: una lunga intervista a Don McCullin e Tim Heterington: dalla linea del fronte.

La storia di Don McCullin è nota, così come è nota la sua consapevolezza di non aver cambiato le cose, l’essersi condannato alla pace e la scelta di dedicarsi alle fotografie dei boschi vicino casa, nella campagna inglese. Horvat, commentando una loro intervista, mi diceva “canta da anni, come tutti noi, la stessa canzonetta”.
La storia di Tim Heterington è meno aggressiva, più romantica, più riflessiva. Avevo visto un’esposizione dedicata a Tim Heterington a Perpignan nel 2014, era stato ucciso tre anni prima in Libia, a quarantuno anni. Andava in guerra con una Rollei, faceva ritratti non tanto per fermare il tempo, ma per rallentarlo. Mi è venuta in mente la foto del bombardamento di Dubrovnik scattata da Romano Cagnoni, un altro che andava in guerra con il banco ottico per fermare tutto e ripensare il concetto di spazio e di tempo sotto le bombe.

Sono due film che vorrei consigliare per oggi, 2 novembre, giornata internazionale della fine dell’impunità per i crimini contro i giornalisti.
Internazionale ha pubblicato questo grafico, in cui è evidente che i Paesi Arabi sono l’area più pericolosa per fare questo mestiere, segue l’America Latina. La mia impressione – se si possono fare distinzioni in questo genere di cose – è che in America Latina lavorino prevalentemente giornalisti locali, il fine del loro lavoro è parlare alla propria gente del proprio territorio.

crimini_giornalisti_2

L’Unesco ha infine pubblicato questo tweet, in cui c’è una suddivisione delle vittime tra le tipologie di media.
Penso che la realtà sia un po’ diversa rispetto a quanto mostra questa infografica, se non altro perché l’incarico parte sempre da un media tradizionale, e poi il lavoro viene declinato sul web in modo frammentato. L’altro motivo è quello più evidente, il web non ha il budget per mandare giornalisti in zone di guerra (tranne Vice, naturalmente).

giornalisti nel mondo

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I tuoi occhi non sono sulla tua pancia

Per Doppiozero, l’introduzione ad un articolo di Frank Horvat sul tema “nessun rimorso”.

Leggi l’intero articolo qui.
Quando si inizia un lavoro nello studio di Frank Horvat, a turno qualcuno pone agli altri una domanda: oggi che lingua parliamo? Di solito si riescono ad incastrare tre lingue: inglese, francese e italiano.

Vengono utilizzate a seconda della complessità dell’argomento: più tecnico o più riflessivo, si scherza in francese, per gli aneddoti preferiscono tutti l’inglese e via così.
Frank Horvat sa cambiare in fretta registro, nell’utilizzo delle parole così come nella fotografia, dove è passato dall’analogico al digitale senza rimorsi. 
Oggi vanno molto di moda due tipi di fotografi: quelli che disprezzano il digitale e quelli che si affrettano a dire di essere stati i primi a utilizzarlo.
Ma una cosa è usare una scheda di memoria al posto un rullino, un’altra è concepire un’App come Horvatland, in cui la doppia dimensione orizzontale e verticale viene sostituita dal concetto di tempo e profondità di ricerca e navigazione.
Quando ho chiesto a Frank Horvat di raccontarmi un momento della vita in cui gli è capitato di scegliere e non avere alcun rimorso, immaginavo mi parlasse delle sue macchine fotografiche.
Horvat è uno dei pochi fotografi con cui è interessante parlare di tecnologia perché si va alla radice delle cose, si prende il digitale come uno strumento che non tarocca né semplifica proprio nulla ma che è lì per porre nuovi spunti sempre più complessi, e non si perde fiato chiedendosi se fosse meglio misurare in ASA o in ISO.
Questa è la storia che mi ha mandato (e naturalmente, mi ha inviato anche questa versione inglese)

frank horvat carrara

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Gianni Berengo Gardin, la camera oscura, le foto taroccate e la moda che non sopporta

L’intervista a Berengo Gardin l’ho realizzata al telefono, una via di mezzo tra l’email (inadatta alle interviste) e le chiacchierate di persona, da cui escono le cose migliori.

L’impressione, devo dire, è che Gianni Berengo Gardin attingesse ad un serbatoio di risposte già date, di punti di vista critici che lo hanno reso celebre e per questo sono da rilanciare. Ma è solo un’impressione, la conversazione è stata molto breve. I lettori, da quel che ho visto poi tra i commenti e su Facebook, hanno trovato questa intervista “illuminante” o “che fa riflettere”.

L’intervista a Berengo Gardin è su Maledetti Fotografi, qui.

gianni berengo gardin

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Steve McCurry: trascorro in viaggio otto o nove mesi l’anno, e durante tutto questo tempo, fotografo.

Due settimane fa, a Torino, ho incontrato Steve McCurry, una di quelle interviste con tanti uffici stampa intorno, galleristi, cose così. Inoltre, lui aveva un bel fuso orario da smaltire. Non abbiamo bevuto fiumi di Kir come con Dominique Tarlé, non mi ha mostrato tutto il suo archivio come con Frank Horvat, la chiacchierata è stata sintetica ma ne è uscito qualcosa di approfondito.

L’intera intervista su Maledetti Fotografi.

steve mccurry ragazza afgana

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Frank Horvat: spiegare le fotografie è noiosissimo, è interessante trovare un percorso

Due settimane fa, a Parigi, una domenica pomeriggio nello studio di Frank Horvat, tra fotografie con la compact, App che si esplorano per keywords e idee su nuovi progetti. L’intervista qui:

http://maledettifotografi.it/interviste/frank-horvat/

frank horvat

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